A proposito di armi

da | 21 Mag 2022 | attualità/politica | 0 commenti

L’invio di armi all’Ucraina da parte di un’Italia servile alla politica dell’”alleato” americano ha scatenato i media contro chiunque osi dichiararsi contrario al provvedimento. 

Si sostiene infatti che è nostro dovere aiutare l’aggredita Ucraina contro l’aggressore russo, identificato nel dittatore di turno, Wladimir Putin. Non ci si può schierare con Putin, reo di una violazione del diritto internazionale e di crimini contro l’umanità, dei quali il novello Zar dovrà rispondere di fronte ad un tribunale internazionale.

Avete capito bene, amici: chi disprezza le armi è filo-Putin e si mette dalla parte dei cattivi contro i buoni: perché, dicono loro, alle armi si risponde con le armi e se tu uccidi i miei io uccido i tuoi fino a quando, in uno dei due eserciti, qualcuno rimane in piedi.

L’Hitler di turno oggi è Putin e Putin bisogna annientare, prima che possa emulare il suo illustre mentore e distruggere mezzo mondo. Eppure, il responsabile della guerra in Ucraina, e di tutte quelle che oggi insanguinano il mondo si conosce da almeno duemila anni, cioè da quando il poeta latino Albio Tibullo scrisse il decimo componimento del primo libro di elegie (video qui di seguito), il cui primo verso recita Quis fuit horrendos primus qui protulit enses?  (Chi fu colui che per primo inventò le terribili armi?).

Penso che il genere umano avrebbe dovuto cogliere questo prezioso suggerimento del pacifista Tibullo, al quale piaceva più fare l’amore che la guerra, e forse oggi l’auspicio del compianto Gino Strada, che la guerra, nella coscienza collettiva, diventi un tabù, si sarebbe già realizzato. “Maledetto sia chi ha inventato le armi!” verrebbe da dire con Tibullo. Ma poi lui stesso ci dice che, in fin dei conti, quel nostro ignoto antenato inventò solo uno strumento di difesa contro le bestie feroci, e fu in seguito che un’umanità folle lo rivolse contro sé stessa trovando una scorciatoia sulla via degli Inferi, a dispetto di un sereno fine vita raggiunto secondo natura.

Così, con le armi in pugno, gli uomini diventano vittime o carnefici, cioè buoni o cattivi, secondo che siano aggrediti o aggressori. 

E, di conseguenza, aiutare gli aggrediti con forniture di armi sempre più sofisticate è un dovere di qualsiasi paese civile. Aiutare gli aggrediti a mandare al Creatore quanti più soldati di Putin sia possibile è un dovere sacrosanto a cui non ci si può sottrarre. Almeno ventimila soldati russi sono morti in due mesi di cosiddetta operazione speciale, tutti ragazzi obbligati con la violenza dell’ideologia ad assecondare la follia di Putin. Quasi quasi mi vien voglia di mettere anche loro tra le vittime: non sono forse giovani vite strappate all’affetto dei loro cari con la menzogna della difesa della patria?

Credo sia giunto il momento, amici miei, di usare un criterio diverso per distinguere le vittime dai carnefici. A mio avviso, le vittime sono civili e soldati di ogni patria a cui viene subdolamente indicato un nemico da annientare al fine di realizzare gli interessi delle élite dominanti, le quali poi risulteranno sempre vincitrici, a prescindere dagli esiti militari.

Nelle guerre vinceranno sempre i ricchi contro i poveri, le lobby delle armi contro i popoli inermi, i potenti gruppi finanziari contro il mondo del lavoro e dell’economia sana, le politiche asservite alle multinazionali contro quelle al servizio del bene comune. Per questo bisogna tornare a Tibullo e attuare un sistematico disarmo globale che ponga fine alle guerre presenti e future.

Ecco perché non bisogna fornire armi all’Ucraina e a nessun altro paese in guerra! Si deve invece smantellare l’industria bellica, anche se essa è tra le voci più redditizie del nostro PIL. 

 

Costruire e commerciare armi è in contrasto con l’articolo 11 della nostra Costituzione e non c’è ragione economica che tenga di fronte al dovere di rispettarlo. Riconvertire deve essere la nuova parola d’ordine, spesso usata in passato dal sistema industriale in nome del profitto. Oggi lo si deve fare per ragioni etiche e, per questo, la necessità deve essere sentita ancora più urgente. Le generazioni future ce lo chiedono e noi non abbiamo il diritto di consegnare loro un mondo pieno di insidie e possibili tragedie.

 

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